LA RICETTA VINCENTE DI DE BIASI

Organizzazione, accurata fase di non possesso e studio dei dettagli. Ecco come il tecnico trevigiano ha trasformato l’Albania.

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È l’allenatore che sta riscrivendo la storia del calcio albanese. Gianni De Biasi, da Sarmede (Treviso), non ha certo bisogno di presentazioni. Una lunghissima carriera da giocatore, e costellata di soddisfazioni quella da allenatore, oggi sulla panchina di una delle rivelazioni del panorama calcistico europeo, la nazionale albanese. In piena lizza per la conquista di un posto a Euro 2016 la squadra capitanata dal laziale Loris Cana è, a oggi, imbattuta sul campo nel suo raggruppamento, il girone I. Di fronte avversarie tutt’altro che comode. Portogallo, Danimarca e Serbia le più quotate. In occasione del match con quest’ultima, lo scorso 14 ottobre a Belgrado, l’unica sconfitta, ma a tavolino. Una sanzione inflitta a causa degli incidenti avvenuti fuori e dentro il campo, a opera delle tifoserie, che hanno determinato la sospensione del match. Il calcio, invece, ha regalato al tecnico italiano una storica vittoria per 1 a 0 in Portogallo.

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CORAGGIO E ORGANIZZAZIONE

Come si fa a far diventare una squadra di tutto rispetto una nazionale considerata, almeno fino a un po’ di anni fa, una delle cenerentole d’Europa?

«Non ci sono segreti particolari, la parola d’ordine è organizzazione. Curiamo i particolari della fase di non possesso, siamo compatti e coesi, i reparti si muovono secondo logiche precise e previste (due esempi delle esercitazioni utilizzate da Gianni De Biasi e dal suo secondo Paolo Tramezzani in figura 1 efigura 2). Riusciamo a ottenere, così, una fase difensiva efficace e riduciamo al massimo i rischi, la squadra ha una sua precisa identità di gioco e ne è conscia. Anche in possesso palla siamo ben organizzati, curiamo molto i particolari. Sulle palle inattive, ad esempio, studiamo soluzioni diverse a seconda dell’avversario che andremo a incontrare. Nelle qualificazioni abbiamo realizzato tre gol su calcio da fermo, un buon risultato. Poi abbiamo lavorato molto da un punto di vista psicologico. Abbiamo cercato di infondere ai ragazzi coraggio, abbiamo fatto capire loro che non siamo né una cenerentola né una vittima sacrificale. I fatti lo stanno dimostrando.»

C’è a monte un progetto ben chiaro…
«È così. Ci siamo posti degli obiettivi, sulla base dei quali ci siamo dati dei tempi e in funzione di questi abbiamo cominciato a lavorare. È stato fatto, ad esempio, un ottimo lavoro di scouting. Abbiamo cercato minuziosamente i giocatori, visionandoli nei principali campionati europei, e poi li abbiamo scelti in base alle loro capacità, senza nessun condizionamento esterno, perché sono di prospettiva. La rosa è fortemente cambiata rispetto alle precedenti gestioni, per almeno tre quarti è composta da nuovi elementi. Della vecchia guardia non è rimasto quasi nessuno e con questo gruppo riteniamo di poter affrontare almeno due cicli di qualificazioni agli europei. L’abbiamo costruito appositamente così, per lavorare al presente pensando al futuro.»

Che calcio si gioca all’estero? L’Italia solo quest’anno ha ritrovato risultati in Europa, ma è indietro nel ranking mondiale. Perché?
«All’estero ci sono più intensità e velocità. I diversi sistemi di gioco sono interpretati con grande vigoria atletica e continuità di manovra, ci sono fisicità e dinamismo superiori. Intendiamoci, non è una questione di preparazione atletica, da un punto di vista fisico in Italia si lavora molto bene. È invece una questione di mentalità e cultura, da noi i giocatori soffrono gli enormi carichi mentali e le pressioni che arrivano dall’esterno, vivono la partita come fosse sempre un ultima spiaggia. Da noi comanda l’imperativo del risultato subito e non c’è attenzione, come dovrebbe essere, alla prestazione e alla ricerca del gioco.»

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PENSIERO AZZURRO

Come vede la nostra nazionale? Ce la farà a tornare grande fra le grandi?

«Conte sta lavorando molto bene, sta portando la giusta mentalità e la necessaria cura dei particolari. Il ct ha sicuramente tutte le carte in regola per farcela, è un tecnico che sa tirare fuori il meglio dai suoi giocatori, quindi sono ottimista. Gli auguro di fare grandi cose in azzurro. Del resto lui sa perfettamente che prima di costruire una squadra degna dei vertici mondiali occorre attraversare una fase di passaggio obbligata, necessaria per costruire.»

Il ct azzurro è molto legato al suo 1-3-5-2. Prima il sistema di gioco poi i giocatori? O viceversa?

«Per quanto mi riguarda prima i calciatori, senza dubbio. Su di loro disegno il modulo col quale andiamo in campo. Da questo punto di vista non ho dubbi, in passato ho giocato 1-3-4-3, 1-4-3-3, 1-4-4-2, e non ho nessuna difficoltà a cambiare, anzi ritengo indispensabile scegliere la soluzione più adatta alle caratteristiche dei miei giocatori.»

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